I modelli di business sono fondamentali per la sostenibilità di un progetto giornalistico. Ma cosa sono veramente e quali sono i principali oggi in uso?

Modello di business deriva dall’inglese business model e Investopedia lo definisce come il: «piano di un’azienda per realizzare un profitto. […] identifica i prodotti o i servizi che l’azienda intende vendere, il suo mercato di riferimento e qualsiasi spesa prevista».

Il giornalismo è inserito all’interno di un mercato e, sembra una banalità dirlo, l’aspetto economico è fondamentale: definire e trovare delle fonti di ricavo è un passaggio obbligatorio. Quello che proverò a fare in questo approfondimento è dare una panoramica dei modelli di business attualmente utilizzati in Italia.

Gli obiettivi sono due: analizzare tutti i metodi funzionanti per guadagnare denaro e capire quali di questi metodi sono replicabili su altre attività.

I soldi che giravano 450 anni fa

Le prime gazzette a stampa cominciarono a circolare in Europa all’inizio del Seicento: erano pseudo-giornali che iniziarono ad apparire tra il 1605 e il 1609 ad Anversa, Augusta e Strasburgo. In Italia il primo numero uscì nel 1639 a Genova, e questa data coincide anche con la prima documentazione certa nella Penisola. Il nome «gazzetta» ha avuto fin da subito una grande fortuna e la sua etimologia deriva da un avviso veneziano. Infatti i fogli di avvisi, una specie di antenati delle gazzette, furono stampati e distribuiti ancora prima che a Genova a Roma e Venezia nel Cinquecento. Uno di questi antenati fu messo in vendita nel 1563 proprio a Venezia a una «gazeta» (moneta d’argento da due soldi) da cui deriva appunto il titolo di «gazzetta», termine che ha oltre 450 anni di vita.

Questo breve excursus, tratto da Storia del giornalismo italiano di Paolo Murialdi, ci ricorda che il giornalismo è legato sin dalla sua nascita alla dimensione economica, a un modello di sostentamento che gli permetta di esistere, di emanciparsi da controlli e di trovare il proprio servizio civico nella comunità di cui fa parte, che sia locale o internazionale.

La pubblicità funziona poco

In questa guida non parleremo dei modelli di business pubblicitari. Più nello specifico, escluderemo la pubblicità erogata sotto forma di banner o spot invasivi che sono distribuiti al solo scopo di essere visualizzati. Pensiamo che questo modello nel mondo del giornalismo abbia generato molte storture e in genere è meno funzionale e remunerativo e si basa sul principio del maggior volume, ma poco valore aggiunto.

E Giornalisti al Microfono che fa?

Proviamo a portare anche la nostra piccola testimonianza sulla pubblicità prima di passare oltre. Per quanto ci riguarda, come Giornalisti al Microfono, l’unica forma di adverstising che utilizziamo è quella generata sui podcast. Si tratta di brevi spot (15-30 secondi l’uno) prodotti dagli inserzionisti che si accordano con l’hosting (cioè Spreaker) che ospita il nostro podcast. Abbiamo scelto di avere questo tipo di pubblicità perché al momento è un modo per ricevere un piccolo gruzzolo in un modo non troppo invasivo. Maggiori o minori investimenti delle aziende determinano i guadagni durante l’anno.

Per dare qualche numero: arrivano circa 2,50 € – 3,00 € ogni 1000 impressioni. Tra ottobre 2020 a marzo 2021 abbiamo ricevuto un minimo di 6 € a un massimo di 21 € di entrate mensili. Ci siamo resi conto quindi che a volte, nella nostra piccola esperienza, due o tre donazioni ripagano un intero mese di pubblicità sul podcast. Ovviamente noi ci rivolgiamo generalmente a poche persone spesso molto appassionate, ma crediamo che possa essere un’indicazione valida anche per altri progetti. Dunque uno dei tanti motivi per cui ha più senso costruire una community di persone realmente interessate è anche per la parte economica, oltre per quella umana o relazionale.

(l’articolo continua sotto)


La newsletter di Giornalisti al Microfono

Ogni due settimane, il sabato mattina spunti pratici e riflessioni sul giornalismo. Con ospiti, consigli e proposte di collaborazione da riviste o progetti giornalistici.
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I modelli di business per il giornalismo italiano

In Italia stiamo osservando tanti progetti che sperimentano modelli di business diversi e riescono a vivere del proprio lavoro svolgendo, allo stesso tempo, un servizio degno di questo nome.

Prima di cominciare voglio mettere dei paletti: generalmente i lavori che non si basano esclusivamente su ricavi pubblicitari riescono ad assolvere in modo più critico ed etico il loro lavoro. Questo è un altro motivo per cui, come già anticipato, mi ha portato ad escluderla. Mentre per sponsorizzazioni e affiliazioni proverò a fare un ragionamento diverso. Infatti quest’ultime se integrate in una strategia trasparente possono portare entrate di valore senza danneggiare i propri intenti.

Nel descrivere i vari temi seguirò lo schema proposto in questo articolo: ho cercato di raggruppare i modelli di business in categorie, talvolta inventandomi delle terminologie. Questa classificazione è stata utile per organizzare meglio il discorso ma i confini sono molto fluidi.

Modelli di business: commerci e vendite

In questa sezione sono raggruppati tutti i modelli di business che riguardano il commercio. Sono consigli per gli acquisti, vendite dirette di prodotti o di contenuti d’informazione. A seconda della modalità scelta si può guadagnare delle percentuali dalle vendite, appoggiandosi a piattaforme esterne, oppure vendere in proprio. È una fonte di ricavo che funziona meglio se è ben integrata alla propria strategia e utilizzata con moderazione.

Affiliazioni

Le affiliazioni sono un metodo per guadagnare una percentuale da una vendita consigliata. Si usano spesso link tracciati. Uno dei servizi più noti è quello dell’affiliazione di Amazon. In Italia ci sono svariati esempi e richiedere l’affiliazione ad Amazon è molto facile: basta linkarla a prodotti presenti in un articolo, o nella descrizione di un video o di un podcast. I guadagni con le affiliazioni Amazon variano molto, ma seguono una regola di base: più vendi, più salgono. In generale si aggirano tra l’1% fino al 10%. Se si fa uso di link affiliati è obbligatorio inserire un disclaimer all’interno dell’articolo o sul sito Internet, per trasparenza e correttezza verso chi legge.

Le affiliazioni in pratica

Uno dei modi per inserirla nella propria strategia è come ha fatto Il Post nella loro sezione Consumismi. Il Post dedica articoli ad hoc in cui si parla di prodotti specifici in periodi specifici. Spesso ciò che si linka per vendere viene sperimentato in prima persona. Sono trasparenti perché nel disclaimer in fondo all’articolo spiegano il motivo dei link a un determinato servizio e inoltre sono articoli che fanno parte del loro progetto giornalistico, hanno anche probabilità di essere condivisi e di posizionarsi bene nelle ricerche su Google. Sono articoli che richiedono tempo per essere prodotti e può essere utile avere un calendario editoriale per la programmazione: credo sia uno dei modi migliori di utilizzare in ambito informativo i link di affiliazione.

Un esempio concreto: in periodo di pandemia, nell’inverno 2021, Consumismi del Post ha parlato dei prodotti anti-appannaggio per gli occhiali, utili per chi li indossa con la mascherina.

Merchandise o shop

In questo caso sono modelli di business che si poggiano su prodotti da vendere: solitamente vestiario ma anche tazze, cover del telefono, poster, in questo periodo le mascherine, etc. Si possono vendere su shop proprietari o appoggiarsi a e-commerce già esistenti. Chi compra questi prodotti spesso si rivede nella identità culturale e negli intenti del progetto, e oltre che acquirenti possono diventarne, in modo spontaneo, ambasciatori e promotori.

Merchandise in pratica

In Italia proviamo a portare due esempi, rispettivamente di un grande e di piccolo media. Il primo è Internazionale, testata che ha una sua identità e nel suo shop vende prodotti fortemente collegati al loro stile, anche visivo, e al suo modo di fare informazione. L’esempio concreto è questa maglietta (la trovate anche tra gli screen riportati sotto), che ha scritto su di sé delle regole apparse su un numero di Internazionale.

Tentativi del genere si possono fare anche per progetti più piccoli o neonati. A dimostrazione di ciò Le Flair, progetto giornalistico per notizie femministe, ha iniziato a vendere una serie di prodotti. I loro contenuti di informazione sono accompagnati da grafiche che poi si ritrovano su oggetti fisici da comprare su Etsy. Un esempio concreto: i segnalibri illustrati con delle citazioni che sono legate a post Instagram o articoli di Le Flair. L’idea risulta vincente perché le illustrazioni della disegnatrice Michela Vignola, in arte Milksart, sono molto apprezzate. Progettare questi prodotti è possibile anche con citazioni, loghi che possono essere più facili da produrre, basta che esprimano al meglio l’identità del brand.

Prodotti giornalistici

Sono prodotti legati strettamente al giornalismo. Penso in particolare alla vendita di copie cartacee, riviste, libri creati per un’occasione, ma anche dei prodotti digitali che sono venduti in sinergia o per completare l’esperienza del prodotto cartaceo.

Prodotti giornalistici in pratica

In l’Italia cito Linkiesta che è una testa d’informazione online. Da quando Christian Rocca è diventato direttore ha prodotto e distribuito diversi cartacei curati nella grafica e nella forma e con il loro stile giornalistico. Sono riviste vendute a prezzi più alti rispetto alle altre che si trovano in edicola (tra i 9€ e  20€): questa scelta rende più sostenibile la loro produzione. Sono riviste vendute in edicole a Roma e Milano o spedite a casa. L’esempio concreto è il magazine Linkiesta + New York Times, che si accompagna alla strategia del cartaceo ma aggiunge anche i contributi delle firme del New York Times che, appunto, appare in copertina e nel titolo.

Native Advertising

Procedendo su questa linea, citerò anche il native advertising. Su Wikipedia viene definito come:

«un metodo pubblicitario contestuale che ibrida contenuti e annunci pubblicitari all’interno del contesto editoriale dove essi vengono posizionati (sia dal punto di vista grafico sia dal punto di vista della linea editoriale), indicando chiaramente chi è l’inserzionista che ‘sponsorizza’ tale contenuto».

È una promozione fatta in modo contestuale all’interno di un contenuto ed è un metodo pubblicitario che credo abbia bisogno di completa trasparenza. È necessario far sapere che l’annuncio non è lì casualmente. Questa strategia può essere un valore aggiunto ed essere fruttuosa se ci si lega a marchi che hanno affinità con il proprio lavoro e con i propri intenti.

Native advertising in pratica

L’esempio concreto che vorrei citare in questo caso è il longform dell’Ultimo Uomo sulla Rivoluzione tattica della serie A. È stato sponsorizzato da NowTv, la tv online di Sky, e proprio Sky in quel momento deteneva i diritti della serie A di calcio. È un articolo curato e ben esplicitato nella sua intenzione, con la firma di Emiliano Battazzi, il lavoro di Nazzereno Squadroni, sviluppatore e Andre Milandri Bussetti, disegnatore.

Modelli di business: abbonamenti o membership

Per praticità ho deciso di accorpare abbonamenti e membership, ma sono modelli di business che hanno delle differenze. Da definizione l’abbonamento (o subscription) è di natura più passivo, mentre la membership dovrebbe prevedere una strategia per creare una community in cui inserire i propri sottoscrittori. Entrambi sono metodi per cercare di avere entrate periodiche e in teoria più sicure e avere maggiore possibilità di progettazione.

Sostegno con paywall

Con la terminologia “Sostegno con paywall” intendo abbonamenti che sbloccano contenuti riservati o esclusivi. È utile per singoli creatori o per piccoli progetti giornalistici. Ci si può appoggiare a piattaforme terze (come Patreon, Substack, OnlyFans, etc) che gestiscono buona parte del processo di pagamento o di distribuzione del contenuto. Queste tecnologie ovviamente non bastano da sole per far funzionare il progetto: se non c’è relazione o community nessuno pagherà per dei contenuti. Patreon, nello specifico, può essere una piattaforma associata al crowdfunding, ma la sua ricorsività e i suoi livelli di sottoscrizione forse la avvicina più alla membership. Sono servizi che permettono anche di gestire internamente il contatto con le persone che si abbonano.

Sostegno con paywall in pratica

Si può osservare il lavoro su Patreon del podcast La Riserva del network Fenomeno, condotta da Simone Conte, Daniele Manusia ed Emanuele Atturo. Nel momento in cui scrivo hanno superato i 600 abbonati su tre livelli di abbonamento (2€, 5€ o 10€ al mese). L’esempio concreto è il livello di abbonamento da 10€ Gran Riservista permette di avere in esclusiva la newsletter quindicinale Riservato, il podcast Gran Riserva e la rubrica settimanale Sto in Fissa in cui uno degli autori a turno racconta un prodotto culturale che gli è piaciuto.

Su Substack invece bisogna parlare della newsletter di Pietro Minto, cioè Link Molto Belli. Link Molto Belli esiste dal 2014, è una newsletter gratuita ed aperta a tutti. Parallelamente a questa ha aperto anche una newsletter a pagamento che è la «versione muscolosa e speciale di Link Molto Belli», cioè Meraviglie: ci si abbona al costo di 5$ al mese o 30$ all’anno.

Sia nel caso de La Riserva sia per il lavoro di Pietro Minto si tratta di qualcosa più vicina alla membership, anche se il loro uso di Patreon e Substack nasce più con l’idea di supportare il lavoro fatto fino a quel momento (quindi una sorta di crowdfunding continuativo).

Membership attiva

Anche in questo caso è una categoria che ho completamente inventato. Con membership attiva intendo di un progetto giornalistico che ha come finanziamento principale i lettori abbonati e ha con loro una forte relazione, riuscendo a creare contenuti anche grazie alla conversazione che intrattiene con il proprio pubblico.

Membership in pratica

In Italia c’è Slow News e la sua costola Wolf Masterclass. Slow News (di cui abbiamo anche intervistato uno dei co-fondatori, Alberto Puliafito) nasce nel 2014 con l’intento, come spiegano i fondatori, di: «rallentare e tornare a fare un giornalismo sostenibile, con al centro voi lettori e che valesse la pena fare». Sono una testata che è estremamente trasparente e che nel tempo ha fatto sì che questa qualità diventasse un gran punto di forza cercando di fare un servizio alla sua comunità di lettori, trattando giornalisti e le persone che leggono alla pari. Gli abbonamenti hanno tutti un nome che richiama alla loro missione giornalistica; per abbonarsi si appoggiano a una piattaforma che collabora con diversi giornali e siti di informazione, cioè Steady. L’altra costola che fa parte del progetto è Wolf Masterclass, di cui abbiamo già parlato nell’approfondimento sulle newsletter per giornalisti. Wolf ha un modello di business che mette al centro i contenuti, la loro distribuzione e promozione: tutte fasi di pari valore (qui per approfondire).

Modelli di business: eventi

Gli eventi sono forse uno dei metodi più tradizionali ma, come si vede sotto, nel tempo si sono sviluppate delle innovazioni tecnologiche rilevanti che hanno fatto mutare anche l’organizzazione e il significato degli eventi. Sono legati a singole iniziative oppure ripetuti nel tempo, organizzati tenendo conto della tipologia del proprio pubblico e dei contenuti trattati.

Vendita biglietti

La vendita di biglietti è forse una delle fonti più tradizionali ma che a volte può tutt’ora funzionare. Una volta organizzato l’evento e deciso i relatori, per riuscire a vendere i biglietti serve una buona strategia di fondo: forse investire in modo oculato in pubblicità, accertarsi che il costo del biglietto sia azzeccato, capire se organizzare l’evento in luoghi fisici o online. Non sono riuscito a trovare esempi pratici. Probabilmente a causa della pandemia, che ha radicalmente trasformato questo genere di occasioni, molti eventi sono diventati ad accesso gratuito e hanno puntato su diversi tipi di monetizzazioni.

Sponsorizzazioni

Il tema sponsorizzazioni richiederebbe forse più spazio, quindi qui ho deciso di parlare solo delle sponsorizzazioni legate ad un evento o a una presentazioni di temi e argomenti specifici. Anche in questo caso ritengo sia meglio decidere le sponsorizzazioni con trasparenza e annunciarle per correttezza.

Sponsorizzazioni in pratica

Un esempio concreto è il Festival del Giornalismo che si svolge a Perugia ed è uno degli eventi più riconosciuti a livello mondiale. La manifestazione si sostiene grazie a finanziatori, in questo caso, di eccezione. Ci sono supporti di tipo filantropico, come il Craig Newmark Philanthropies, ci sono main sponsor, come Facebook e la Google News Initiative, e partner istituzionali, come la Regione Umbria, il Comune di Perugia e le Commissione Europea. Replicare in modo esatto questo modello è difficilissimo, ma per tanti progetti possono bastare sponsorizzazioni o filantropi di tenore minore. A quel punto è necessario capire che tipo di accordo si stringe con lo sponsor, in modo da non minare la progettazione e i contenuti giornalistici. In breve è necessario che lo sponsor non blocchi idee e panel ma che venga integrato in modo naturale.

Live streaming

Le live streaming sono eventi con un contatto costante con il pubblico. Si pensi all’esempio di Twitch che ha integrato sulla sua piattaforma uno scambio costante di interazioni-pagamenti. Ovviamente questo scambio non è immediato, ma è necessario stabilire un palinsesto e costruire una community o avvicinarla a questo tipo di evento, che può anche ripetersi con periodicità.

Live streaming in pratica

Il caso di cui vorrei parlare è quello di Lorenzo Fantoni, il suo canale su Twitch è Nerdcore ed ha una programmazione varia. Il canale Twitch di Fantoni ha a che fare con il giornalismo ma è anche collegato al suo modo di vivere e raccontare la cultura pop e i videogiochi. Ci sono anche altri media su Twitch, come il canale di Open. Su Twitch si guadagna in vari modi, ad esempio se uno spettatore si abbona (in gergo sub) con il proprio Amazon Prime dona al creator 2,49$ per ogni mese in cui rimane abbonato.

Modelli di business: produzione e formazione

La produzione di contenuti è legata alla vendita di servizi non ai propri lettori ma ad altre entità. Ad esempio, si possono vendere servizi di copywriting, produzioni video o fare formazione a non-media, aziende, ong, società.

Workshop e formazione

Con i workshop si fa divulgazione e formazione. È un modo per trasferire le competenze apprese: per singoli o collettivi. Può essere utile per migliorare le competenze del personale di un’azienda, ad esempio.

Workshop in pratica

Nel caso dei workshop torno ancora a citare il lavoro di Internazionale che durante il suo festival ne organizza di vario tipo su temi come «traduzione, scrittura, fotografia, cinema, giornalismo, illustrazione». Un esempio concreto è il workshop dell’ottobre 2019 Dimmelo a voce organizzato da Matteo Caccia, che lavora per radio e podcast, costava 155€ e ospitava fino a 30 studenti per 9 ore di lezione.

Produzione di contenuti

Per produzione di contenuti si può intendere la stesura di copywriting per terzi, oppure la produzione video/audio con la condivisione di strumenti e di competenze e quindi in altri casi anche di post-produzione e montare e revisionare il prodotto finale. In alcuni casi si può parlare anche di brand journalism, che spesso è associato alla comunicazione verso l’esterno di un’azienda.

Produzione di contenuti in pratica

In Italia c’è il caso di Piano P, la piattaforma di podcast giornalistici fondata da Carlo Annese nel 2016. Piano P produce molti podcast con giornalisti come autori, tra le serie prodotte da Piano P ci sono Da Costa a Costa, Risciò, Lo Stato dell’Unione, Domani, etc. Ma come spiega anche sul sito, Piano P dedica: «dedica una particolare attenzione alla produzione di contenuti brandizzati o di corporate storytelling per aziende ed enti», che può essere un modo per mettere al servizio di terzi le proprie competenze e attrezzature. L’esempio concreto è il podcast Casual Future condotto dalla giornalista Marina D’Incerti e dalla future maker Cristina Pozzi. Casual Future divulga la possibile tecnologia del domani ed è prodotto da UpTown Milano, un brand vicino a idee di investimento, benessere e innovazioni. In questo modo è stato creato un contenuto di informazione con uno sponsor tematico. Il podcast ha superato i 35.000 ascolti complessivi per un totale di 8 episodi e 1 trailer.

Dati per non-media

È uno dei modelli di business che può essere utile per i giornalisti dei dati. I data journalist possono produrre infografiche, diffondere dati, aiutare nella lettura e nella comprensione. Sono professionisti che hanno acquisito metodi e competenze che possono essere molto utili anche per non-media, come privati, aziende, ong, società, etc.

Dati per non-media in pratica

Il caso pratico è quello di Filippo Mastroianni, giornalista freelance e data analyst. Mi ha parlato dei possibili lavori per giornalisti in ambiti non-media: «Tante aziende hanno bravi analisti e statistici al lavoro sui dati. Ma non sempre è facile comunicare le proprie intuizioni, magari anche corrette, in una maniera chiara e efficace. Qualsiasi processo analitico parte dall’elaborazione del dato ma non finisce lì. La data visualization deve unire al meglio tre componenti: dati, grafica e storytelling: è soprattutto su quest’ultima componente che i giornalisti possono dare un valore in più. Ovviamente dipende anche dal tipo di progetto, se più editoriale/comunicativo oppure analitico. Il fine è trovare informazioni interessanti tra montagne di dati e portarle alla luce».

Mastroianni collabora con il team Infodata del Sole 24 Ore e ha pubblicato sul Corriere della Sera e Gazzetta dello Sport. Ma mi ha raccontato anche esperienze in altri ambiti: «Faccio anche il consulente in campo business intelligence, in particolare specializzato nell’utilizzo di Tableau e Alteryx. Mi occupo sia della parte più strettamente consulenziale sia di training e formazione. Lavoro per la società di consulenza The Information Lab. Ho avuto la fortuna di lavorare su progetti di diverse industry, dal banking all’insurance, passando per il fashion, l’automotive, il pharma, lo sport e altro».

Modelli di business: crowdfunding

Il crowdfunding è una fonte di ricavo dove un gruppo di persone decide di donare piccole somme di denaro per sostenere un intero progetto o singole iniziative, come ad esempio un’inchiesta o un reportage.

Donazioni senza contenuti premium

In questo caso è uno dei modelli di business che non sblocca nessun contribuito in più, ma permette di far esistere il progetto finanziato. Può essere utile anche per le persone che non possono contribuire donando o abbonandosi, ma in questo modo anche a loro è concesso far parte di questo tipo di informazione. È una forma di modello di business che a volte crea un legame più forte tra giornalisti, lettori ed è legato agli intenti giornalistici con cui il progetto nasce.

Donazioni senza contenuti premium

Uno degli esempi forse più citati ma rimane sempre molto illuminante è quello di Francesco Costa, che grazie al suo progetto Da Costa a Costa ha esplorato molto questo modello di entrate. Ha dichiarato che nel 2017 aveva 11.000 iscritti alla newsletter e aveva raccolto donazioni da: «1.549 persone diverse. Quindi una su sette se si considerano tutti gli iscritti alla newsletter o gli ascoltatori medi del podcast, una su cinque se si considerano quelli che la newsletter la leggevano davvero». Per un totale di 33.353,79 euro ricevuti.

Mentre in una newsletter del 3 aprile 2021, Francesco Costa ha aggiornato le persone sull’ultima stagione di podcast e newsletter: «Nel corso del 2020 ho ricevuto donazioni per la cifra complessiva di 107.277,44 euro, al netto delle commissioni di PayPal, il servizio che ho usato per gestire i pagamenti. Di questi soldi, il 70 per cento circa è arrivato con donazioni una tantum, mentre la restante parte è arrivata con donazioni mensili ricorrenti. […]. Le persone che hanno fatto almeno una donazione una tantum sono state 3.481. Le persone che hanno fatto una donazione ricorrente per almeno due mesi sono state 945»

Donazioni libere

Le donazioni libere che, come abbiamo già visto sopra, possono avvenire appoggiandosi a piattaforme esterne per supportare il processo tecnologico (Ko-fi, PayPal, Patreon usato senza nessun premio da sbloccare).

Donazioni libere in pratica

In questo caso parlo del lavoro di Guerre di Rete, la newsletter di Carola Frediani fondata nel 2018. Dopo più di 90 edizioni della newsletter Frediani ha chiesto ai propri lettori di sostenere il proprio lavoro. Per farlo il progetto è diventato un’associazione culturale senza scopo di lucro che ha l’obiettivo di: «promuovere la cultura e l’informazione sui temi digitali, in particolare con l’omonima newsletter, ma anche con altre iniziative per la diffusione del sapere digitale». La stessa Frediani mi ha confermato che intorno a metà marzo: «gli iscritti alla newsletter sono quasi 8700» e che l’obiettivo era raccogliere 5mila euro ma alla fine sono arrivati 14.609 €, provenienti da 565 donatorз.

È interessante anche la pagina su Ko-fi della newsletter di Cristiana Bedei Lavori per chi scrive. In questo caso i lettori della sua newsletter per restituire il tempo e l’impegno per la selezione dei lavori che fa Bedei ogni settimana, decidono di donare un immaginario caffè per ringraziarla. Pagare è facile e lo si può fare con PayPal.

Una tantum

Per donazione una tantum intendo una donazione che avviene una singola volta durante l’anno, per l’intera durata del progetto o per la l’intera durata della campagna di finanziamento.

Donazione una tantum in pratica

In questo caso un esempio emblematico è il risultato di INDIP, una testata giornalistica che al momento del lancio non era ancora nata e di cui si conosceva solo la possibile redazione e la missione dichiarata dalla stessa redazione: «ha deciso di puntare su inchieste, reportage e interviste, con l’obiettivo di assicurare ai lettori chiarezza, accuratezza e verifica puntuale delle fonti, secondo i princìpi dello Slow Journalism». Inoltre il crowdfunding aveva la forma del Tutto o niente, cioè o la somma richiesta veniva raggiunta entro 115 giorni oppure tutte le donazioni sarebbero state restituite. La soglia era 25.000 euro ed è stata ampiamente superata.

Crowdloving

Crowdloving è un neologismo che, per quanto ci risulta, è stato coniato da DataMediaHub e si collega bene con il lavoro giornalistico. È crowdloving quando al crowdfunding si unisce una: «comu­nità di per­sone aggre­gate intorno ad un valore comune». Dunque si parla di un crowdfunding collegato a una forte idea di community, dove c’è un forte lavoro di community management.

Crowdloving in pratica

Il crowdfunding ha un legame affettivo tra progetto e finanziatorз. Vorrei portare l’esempio di Valigia Blu; il blog collettivo è molto connesso alla fondatrice Arianna Ciccone e al Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia già citato sopra. Per questi motivi è un caso peculiare in Italia e impossibile da copiare e incollare. Nella pagina Chi Siamo spiegano che è un’attività: «Basata sui fatti. Aperta a tutti. Sostenuta dai lettori. […] Verifica, contesto, approfondimento sono le nostre principali attività giornalistiche. Senza pubblicità e al servizio della community».

Questo lo storico delle campagne:
2016 obiettivo 10.000 €, raggiunti 15.165,00 €, 459 donatorз;
2017 obiettivo 15.000 €, raggiunti 18.213,00 €, 625 donatorз;
2018 obiettivo 30.000 €, raggiunti 36.595,00 €, 1.370 donatorз;
2019 obiettivo 40.000 €, raggiunti 46.366,00 €, 1.746 donatorз;
2020 obiettivo 50.000 €, raggiunti 60,885,00 €, 2.226 donatorз;
2021 obiettivo 60.000 €, raggiunti 75.868,00 €, 2.640 donatorз.

Diversificare le entrate

I modelli di business che ho descritto sopra possono funzionare tutti e, se ben integrati, possono coesistere anche 2-3-4 fonti di ricavo per un unico progetto. È necessario capire quale sia il modello più congeniale per il proprio lavoro e per il proprio stile giornalistico. Insomma, forse è possibile guadagnare non solo in modo etico, ma si può farlo anche con serenità, senza snaturarsi.

Mettere insieme più modelli di business può aiutare anche nel caso uno di questi dovesse incepparsi. Può succedere che cambino delle abitudini di chi prima pagava o sosteneva, oppure possono esserci problemi con le piattaforme a cui ci si appoggiava, o possono esserci crisi di cui non si ha il controllo. Può inoltre essere interessante prendere a ispirazione altri mercati, come quello discografico, cinematografico, sportivo, culturale o settori in cui avanza il cambiamento digitale. Questo per capire se può aver senso importare all’interno della propria strategia tecniche che funzionano altrove.

Sperimentare, fallire e riprovare

Vorrei concludere dicendo che però trovare il migliore o i migliori modelli di business per il proprio lavoro non è facile. Anzi, può essere frustrante perché non è immediato azzeccare subito partendo dalla prima idea. Provo a portarvi un piccolo esempio personale che non ho ancora del tutto digerito.

In pochi sanno che tra il 2018 e il 2019 come Giornalisti al Microfono avevo avviato un Patreon per sostenere quello che al tempo era essenzialmente solo il podcast. Lo avevo visto fare, me lo avevano consigliato e per altri podcast funzionava. L’esperimento durò circa 8 mesi ma si abbonarono solo 3 persone (che ovviamente continuo a ringraziare). Purtroppo, come si può intuire facilmente, non erano guadagni sufficienti: tolte tasse varie e percentuali alla piattaforma, mi arrivarono poco meno di 30,00 €. I motivi del fallimento sono tanti: non era un podcast abbastanza conosciuto, non avevo costruito una conversazione con le persone che ascoltavano Giornalisti al Microfono, i rewards che offrivo su Patreon non erano interessanti e chissà quanti altre cose di cui non mi sono reso conto.

Ritenta, sarai più fortunato

La cosa buffa però è che però a fine ottobre 2020 abbiamo deciso di riprovare con un altro possibile fonte di ricavo, cioè le donazioni libere su PayPal. Ne abbiamo parlato in redazione e lo abbiamo lanciato in estrema sordina: perché il fallimento con Patreon mi aveva scottato e perché tutto sommato non era così differente dal precedente. Fortunatamente mi sono dovuto ricredere perché in modo per me inaspettato abbiamo superato i 200,00 € in 4 mesi. Non sono ancora sufficienti, ovviamente, ma è comunque un buon passo avanti.

Come detto non è facile capire immediatamente quale tra i modelli di business sia più funzionale. Dopo un fallimento può servire fare un momento di verifica, cercare di capire gli errori, cosa è dipeso da noi e cosa no (ad esempio, una pandemia è fuori dal nostro controllo). Successivamente per ripartire può essere utile studiare, chiedere e consultarsi con altre persone, guardare all’estero per capire cosa potrebbe incastrarsi bene con quello che facciamo.

Cadere con un certo stile

Talvolta gli stessi fallimenti possono diventare contenuti giornalistici.

I tentativi che vengono fatti per raggiungere l’indipendenza economica possono essere anche loro dei contenuti informativi che possono aiutare anche a far capire all’esterno la difficoltà di questo lavoro, oltre agli sforzi che vengono fatti e che possono portare empatia al di fuori delle redazioni.

Descrivere ed affrontare le cadute e gli esperimenti, raccontarli in modo trasparente alla propria community, può aiutare a migliorare la conversazione e il servizio alle persone che leggono e rendere i giornalisti più lontani da un ipotetico piedistallo, che rischia di farli cadere costantemente. Tutto questo è complesso e difficile, ma può essere l’orizzonte su cui puntare gli occhi mentre si cammina.


Fonti utili che abbiamo usato, in ordine alfabetico:


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