Per favore, fate lavorare altre giornaliste

Continua il ciclo di articoli (dopo il primo, e il secondo) che si intervalla con il podcast. Cerchiamo di capire i punti di vista dei professionisti interpellati da Nieman Lab, oggi parliamo delle giornaliste inviate in paesi stranieri.

Lo scoop del secolo scorso venne dalle mani di Clare Hollingworth, che riportò lo scoppio della seconda guerra mondiale. La giornalista britannica è morta nel 2017, all’età di 105 anni. È stata una fonte d’ispirazione per generazioni di aspiranti giornaliste straniere. Ma, quasi ottant’anni dopo la spettacolare esclusiva di Hollingworth, siamo ancora lontani da avere abbastanza reporter donne inviate all’estero.

Amie Ferris-Rotman, giornalista ora corrispondente da Mosca

Questo perché? Perché essere inviati all’estero è un lavoro ambito e desiderabile, quindi è più difficile raggiungere questa meta per dei gruppi emarginati come sono le donne nel giornalismo. I media di informazione stanno riducendo il personale a livello globale, tagliando i posti di lavoro nei loro uffici all’estero. Meno posti di lavoro possibili significano più occhi sul premio di inviati, e le donne sono spesso le prime ad essere escluse. Inoltre è difficile trovare statistiche ufficiali sul numero di giornaliste impiegate all’estero (a differenza della situazione nelle redazioni americane e britanniche, che sappiamo essere dominate da uomini bianchi), ci sono comunque prove che suggeriscono che siano enormemente superate in numero.

Per la stessa ammissione del New York Times all’inizio di quest’anno, i giornalisti uomini “sono in grossa maggioranza nel personale straniero”. Una recente campagna della Nikon ha incluso 32 fotografi professionisti provenienti da tutta l’Africa e l’Asia dove però non figurava neanche una donna. Questo ha portato una forte reazione da parte delle fotografe-giornaliste. Anche nei premi per i giornalisti stranieri, come il Pulitzer, i George Polk Award e il Robert Capa Gold Medal Award, gli uomini sono ampiamente più premiati rispetto alle donne.

Vedo questo squilibrio nel posto in cui vivo adesso, a Mosca. Qui ci sono alcune delle più interessanti storie del globo e il corpo stampa è praticamente tutto di sesso maschile, al Wall Street Journal, al New York Times, al The Guardian e al Washington Post. Sono impiegati solo reporter di sesso maschile (per non parlare delle varie operazioni che hanno bisogno di un solo operatore presso altre organizzazioni a Mosca).

Però quando sei nel business dello storytelling, avere delle giornaliste, delle donne, è cruciale.

Portano nuove prospettive e il mondo ne trae beneficio: le storie sono più sfumate, più ricche, più piene. Come membri della stampa estera, è nostro dovere trasmettere storie il più complete possibile. Dovrebbero essere le più capaci nel decifrare il mondo che ci circonda. L’uguaglianza di genere non è mai stata così precaria da molto tempo: secondo il World Economic Forum, essere una donna oggi sempre più difficile, con il divario tra i risultati degli uomini e delle donne che si sta allargando. E se si assottigliano le voci delle donne dal coro globale, anche se in alcuni casi il silenzio può essere utile, falliamo nei confronti dei lettori e degli spettatori.

Per le donne che lavorano nei media, il 2017 è sembrato l’anno della resa dei conti. Le accuse di molestie sessuali nell’intero settore stanno mettendo in ginocchio la televisione e i giornali di tutto il mondo. Si è parlato molto della necessità di differenziare il posto di lavoro e di far lavorare più reporter donne. Guardando al futuro, i grandi media metteranno in pratica ciò che stanno predicando e impiegheranno davvero più giornaliste all’estero?

Traduzione dell’articolo “More female reporters abroad (please)” di Amie Ferris-Rotman, corrispondente da Mosca per Foreign Policy e fondatrice di Sahar Speaks (un programma di formazione giornalistica e sostegno editoriale per giornaliste afghane).

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Autore: Francesco Guidotti

Appassionato e curioso della novità. Scrivo dal 2011. Ho fondato Barre di Plutonio, ho collaborato con Basketinside.com, TeleIride, ItalHoop, Sportando e Firenze Basketblog. Adesso mi lancio (sperando di non farmi male) anche nel progetto Giornalisti al Microfono.

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